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13/1/2010 - A Roma sono in mostra I colori dell'Archeologia
La documentazione archeologica prima dell'introduzione della fotografia a colori (1703-1948) è il sottotitolo di questa mostra, allestita presso il Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano fino al 28 febbraio 2010. Come erano documentate e illustrate sui libri le scoperte archeologiche prima dell'introduzione della fotografia a colori? E in particolare le scoperte di pitture antiche nelle quali il colore rappresentava un elemento fondamentale? La mostra cerca di raccontare, attraverso più di cento disegni e acquerelli conservati in diversi Archivi di Roma la storia della formazione della documentazione dei ritrovamenti archeologici dell'Urbe nel tempo a partire dal 1703 fino al 1948. La registrazione del dato archeologico al momento della sua scoperta e la sua successiva elaborazione costituiscono una fase fondamentale per conoscenza dei resti antichi: il disegno, e attraverso di esso, la ricomposizione e la comprensione del manufatto antico, in un periodo nel quale non vi era altro mezzo per documentare "i colori dell'archeologia", spesso nella consapevolezza che quel foglio di cartoncino disegnato e acquerellato sarebbe rimasto l'unica testimonianza di un patrimonio archeologico destinato a perdersi, come avvenne in diverse occasioni, è protagonista assoluto nella trasmissione della conoscenza. Molti dei disegni a colori esposti erano portati dagli studiosi alle riunioni scientifiche e accademiche per illustrare e confrontare i ritrovamenti, quali antesignani degli odierni Power Point. E possiamo anche riflettere sul fatto che a quel tempo gli stessi viaggiatori amavano fissare in schizzi, spesso anche in acquerelli, i paesaggi e le rovine, come oggi facciamo con le fotografie. Emerge con chiarezza, dalla lettura delle carte d'archivio, la consapevolezza diffusa, espressa soprattutto dai tanti architetti, ingegneri e pittori che lavoravano alla documentazione dei grandi scavi di Roma legati alle trasformazioni della città della fine dell''800, della precarietà dell'oggetto archeologico, della fretta continua alla base del loro agire, caratteri che, in un certo senso permangono tuttora nel lavoro dell'archeologo urbano. La formazione di questi disegnatori appartiene a due filoni fondamentali: l'uno tecnico, espresso da architetti/ingegneri o da agrimensori che applicavano codici rappresentativi propri di altri ambiti disciplinari; l'altro accademico, composto da disegnatori di ornato e acquerellisti che mutuavano nell'archeologia tecniche appartenenti agli ambiti artistici e decorativi, che si fonderanno fino alla formazione di una prassi autonoma del disegno archeologico. La mostra illustra con esempi le fasi della nascita del documento grafico a colori come parte integrante dell'atto pubblico presso l'amministrazione pontificia; valga per tutti citare il documento più antico, prezioso prestito dell'Archivio di Stato di Roma, denso di significato per questo anno segnato dalla tragedia de L'Aquila, costituito dal rilievo dei danni subiti dai resti di un ninfeo romano all'indomani dell'ennesima scossa di terremoto la mattina dell' 8 maggio del 1703. E' nel corso della seconda metà del '700 che si diffonde in Europa, sviluppandosi a grande velocità, l'interesse per l'autenticità del rilievo archeologico come copia della realtà, ad esempio in Italia attraverso l'operato dei pensionnaires dell'Accademia di Francia a Roma nell'ambito delle grandi scoperte pompeiane, del Piranesi soprattutto per i monumenti di Roma, con l'attività della Society of "Dilettanti" in Grecia o, infine, con le esperienze in ambito protostorico nei paesi scandinavi. Il colore diventa parte dell'esigenza di autenticità in un discorso che è scientifico, ma nello stesso tempo strumento per la rappresentazione della realtà, una sorta di mediazione che, infine, aiuta la visione naturale delle cose. Centro della mostra risulta anche il fervore delle attività che presiedono alla vita di Roma dal 1870 ai primi decenni del '900, con l'esposizione della documentazione dell'immenso patrimonio archeologico che emergeva in quel periodo, ad esempio con la costruzione dei muraglioni del Tevere fino alla creazione della nuova Stazione Termini, negli anni quaranta del Novecento. Lontana dalla fretta degli scavi urbani, risulta invece l'esperienza, di inizio Novecento degli scavi nell'area archeologica del Foro romano. Una foto in bianco e nero di una tomba infantile con corredo risalente al VII sec. a.C. venne ritoccata con acquerello in una scrupolosa ricerca dell'aderenza alla realtà, ciò che ritroviamo anche per una fotografia di un corredo funerario protostorico o per una bellissima veduta del foro verso il Campidoglio. Si esperimenta in archeologia, ciò che avveniva in quel periodo per i ritratti e i paesaggi. Infine l'oggi, vede al centro dell'interesse il tema del rapporto tra il rilievo moderno informatizzato e quello manuale tradizionale, fino alla conclusione, che ci auguriamo possa costituire fonte di approfondimento, sulla necessità di un punto di equilibrio tra i due mezzi. Ci si interroga sul perché il rilievo CAD di un manufatto archeologico contenga in sé una rigidità che non può soddisfare la qualità della documentazione. Trattandosi spesso di un soggetto incompleto (un pezzo di muratura, la parte di una pittura), solo quella mediazione verso una visione naturalistica, nella quale grande parte ha il colore, può condurre alla sua comprensione, così come era stato esperimentato all'inizio di questo percorso intorno al tema del rilievo archeologico a colori. In tal senso ci sembra paradigmatico il confronto, presente in mostra, tra differenti elaborazioni del volto e dell'acconciatura di Aebutia , fanciulla di cui si è ritrovata la sepoltura a Grottaferrata, eseguite oggi da una disegnatrice della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio. La mostra racconta dunque un aspetto della storia dell'archeologia romana attraverso i suoi documenti d'archivio e riflette sulla formazione di una cultura scientifica, interessandosi anche alla vita di coloro che ne furono protagonisti, quei rilevatori, architetti, ingegneri, pittori che lavorarono accanto agli archeologi. Vale dunque la pena, per chi ne trovasse il tempo, di una visita che risulterà poliedrica e ricca di rimandi, in uno dei luoghi più affascinanti e monumentali di Roma, in un'aula delle terme di Diocleziano che ospita oggi alcune testimonianze di pitture originali, a pochi passi da Palazzo Massimo dove, con lo stesso biglietto, il visitatore più curioso potrà ammirare i più importanti cicli pittorici di età romana, alcuni dei quali documentati in mostra. La sede della mostra
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