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Forme di educazione nell'antichità: l'iniziazione spartana. Rituali e simboli
a cura di Gabriella Gavioli


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Elenco capitoli :
1.



Dettagli capitoli :
FORME DI EDUCAZIONE NELL’ANTICHITA’:
L'INIZIAZIONE SPARTANA. RITUALI E SIMBOLI




Sparta non occupa un posto autonomo né nella storia della filosofia né in quella dell'arte. Ma indubbiamente possiamo affermare che essa trovi il suo posto preminente nella storia dell'educazione. Quanto di più peculiare ha prodotto Sparta è il suo Stato e lo Stato si presenta qui per la prima volta quale potenza educatrice in tutta l'estensione del termine. Il grande problema sociale di ogni educazione era stato il superamento dell'individualismo e la formazione dell'uomo secondo una norma obbligatoria per tutti quanti. Lo Stato spartano, con la sua rigorosa autorità, si presentava come la soluzione pratica del problema. Plutarco ci dice infatti a proposito dell'educazione, promossa da Licurgo:

"...l'educazione continuava fino alla maturità. Infatti a nessuno era permesso vivere come voleva, ma in città come in accampamento, e avendo un modo di vivere regolato e impegnato negli affari comuni, e vivevano considerandosi al servizio non di loro stessi, ma della patria..."

(Lyc.24,1)

Il sistema sociale spartano, la cosidetta agoghè, istituito da Licurgo, può essere considerato, insieme al complesso istituzionale di cui fa parte, non una semplice ‘derivazione’ delle iniziazioni di tipo primitivo, ma un vero e proprio esempio di iniziazione. Numerosi sono infatti gli elementi, attinti dalla letteratura (principalmente Plutarco e Senofonte), che permettono un'interpretazione storico-religiosa di quella che era l'educazione maschile e femminile nella Sparta storica.
L'elemento che, primo fra tutti, definisce la funzione iniziatica dell'agoghè è il fatto che chi non vi si sottoponeva non poteva avere i diritti di cittadino e restava così escluso dalla comunità. C'è da notare però che per i ragazzi spartani difficilmente sottomettersi o meno all'agoghè era una libera scelta. Infatti fin dalla nascita, ma in particolar modo dall'età di sette anni, essi si trovavano coinvolti nell'ingranaggio della società, ritmico e preciso. Dice infatti Plutarco:

"...Il genitore non era padrone di allevare il figlio, ma presolo lo portava in un luogo chiamato lesché nel quale i più anziani della tribù in seduta, dopo aver esaminato il fanciullo, se era robusto e forte, ordinavano di allevarlo... Se invece era deforme e poco prestante lo inviavano ai cosidetti Apothetas, un baratro presso il Taigeto, poichè né per se stesso né per la città era meglio che vivesse uno che sin dall'inizio non era giustamente disposto alla salute e alla forza."

(Lyc. 16, 1 sgg)

In quest'istituzione si manifesta la completa subordinazione dell'individuo alla comunità: l'esistenza di un individuo inadatto ad assolvere alle funzioni che la società gli affida, appariva indesiderabile.
All'età di sette anni il bambino veniva tolto alla famiglia e assegnato ad un gruppo di coetanei, la cosidetta aghela. Gli venivano rasati i capelli ed egli doveva, da allora, camminare a piedi scalzi e giocare nudo. Dice Plutarco riguardo a quest'uso:

"...avendoli presi tutti li si divideva in gruppi e, facendoli vivere e crescere insieme gli uni con gli altri, li si abituava a giocare e a studiare assieme. Come loro capo presentavano quello del gruppo che si distingueva per essere più saggio e più coraggioso nel combattere; e guardavano a lui, obbedivano se dava un ordine e sopportavano se li puniva, così che l'educazione era esercizio di obbedienza."

(Lyc.16,7 sgg.)

All'età di dodici anni, i ragazzi entravano in una nuova fase della loro esistenza:

"...raggiunti i 12 anni vivevano già senza chitone, indossando per un anno un unico mantello, i corpi sudici e ignari di bagni e unguenti; eccetto alcuni pochi giorni dell'anno in cui assaporavano tali piaceri. Dormivano insieme in schiera o in gruppo su pagliericci, che preparavano loro stessi, dopo aver spezzato con le mani senza coltello le cime delle canne che crescono presso l'Eurota. In inverno le sostituivano e mescolavano nei pagliericci con i cosidetti licofoni, poichè si credeva che l'arbusto avesse qualcosa di calorifico. "

(Lyc.16, 12 sgg.)

Secondo la testimonianza di Plutarco sembra risultare che questo periodo iniziatico durasse fino all'età di diciotto anni, momento in cui il ragazzo diventava eiren e aveva il compito di impartire lui stesso ordini alle singole aghelai.
E' evidente che per i ragazzi spartani l'agoghé rappresentava una vita estremamente disagiata: come abbiamo visto essi erano costretti a non portare calzature, ad avere un solo capo di vestiario uguale in tutte le stagioni e a dormire su giacigli di giunchi e rami. A tutto ciò si aggiungeva poi un'alimentazione assai ridotta, che aveva comunque, di nuovo, motivi di tipo educativo:

"...ricevono un pasto scarso perchè si difendano da soli dalla fame e siano costretti ad avere coraggio e ad essere astuti...questo sembra rendesse anche belli; infatti quelli magri ed esili di costituzione obbediscono meglio alle articolazioni, quelli grassi e pingui, per il peso, le ostacolano."

(Lyc. 17, 6 sgg.)

Inoltre la continua fame dei ragazzi veniva funzionalmente inserita in un'altra norma che regolava la loro esistenza:

"...rubano anche qualunque cibo possano, avendo imparato ad assalire accortamente quelli che dormono o che fanno la guardia negligentemente; a chi è colto in flagrante come castigo toccano percosse e digiuno "

(Lyc. 17,6)

La spiegazione che davano gli antichi di questo uso, e probabilmente gli Spartani stessi dell'epoca classica, non è affatto aberrante, ma perfettamente coerente con l'intento iniziatico: le rapine vengono interpretate nel senso di una preparazione guerriera e in ogni caso piegate alla funzione della educazione guerriera.
Nel periodo successivo ai dodici anni i ragazzi venivano scelti come eromenoi da certi adulti . Plutarco precisa che non si trattava affatto di rapporti omosessuali, ma di una vera e propria istituzione e che :

"... non esisteva la rivalità e la gelosia, anzi gli innamorati dello stesso fanciullo facevano del loro amore il principio di una amicizia reciproca e non cessavano di adoperarsi in comune per rendere migliore il loro amato."

(Lyc. 18,9)

Egli paragona i legami tra eromenos ed erastes a quelli tra figlio e padre o tra fratelli; afferma addirittura che il contatto fisico tra di essi era proibito. Non è da sottovalutare però un accenno di Platone che afferma che fra gli svantaggi del sistema spartano di educazione collettiva vi è quello di favorire l'amore contro natura.
La dura vita dei ragazzi spartani richiedeva, inoltre, un costante spiegamento di energie oltre a quelle necessarie per affrontare le condizioni disagiate dell'esistenza quotidiana. Il programma dell'agoghè prevedeva infatti diversi combattimenti fra i ragazzi :

"...gli anziani li osservavano giocare e, provocando battaglie e rivalità osservavano attentamente quale fosse la natura di ciascuno di loro nella temerarietà e nel non fuggire nelle lotte "

(Lyc. 16,9)

Durante questi combattimenti i ragazzi spartani erano sorvegliati, curati e comandati non dalla propria famiglia, considerata la totale abolizione dei rapporti con essa, ma da qualunque membro adulto della società, che aveva sui ragazzi l'autorità che altrove spetta al padre. Dice infatti Plutarco:

"... gli anziani badavano loro ancor di più, andando nei ginnasi e ai combattimenti e assistendo ai reciproci scherzi, non superficialmente, ma pensando in un certo modo di essere tutti sia padri sia educatori sia comandanti di tutti, così che non restava nessun attimo e nessun luogo privo di qualcuno che ammonisse e punisse chi sbagliava."

(Lyc.17,1)

Naturalmente però, malgrado l'evidente interesse che gli adulti portavano alla preparazione dei ragazzi, l'intera collettività non poteva dedicarsi a questa: perciò lo stato nominava unpaidonomos scelto tra i migliori cittadini. Egli era assistito nel trattamento dei ragazzi dai neo iniziati, cioè gli eirenes, che potevano sostituire gli adulti, ma avevano in particolare compiti specifici nell'assistere i ragazzi, nel guidarli nei combattimenti, nell'educarli, nel punirli: l'eiren li faceva cantare e poneva loro domande cui essi dovevano sapere rispondere in termini concisi altrimenti egli li puniva mordendo loro il pollice.
I maltrattamenti che i ragazzi spartani dovevano subire avevano, almeno apparentemente, sopratutto uno scopo disciplinare. Ma all'agoghè non mancava l'elemento della prova di resistenza, caratteristica fraquente nell'iniziazione.
Altro elemento importante dell'iniziazione spartana era il segreto. Poichè a Sparta l'intera cittadinanza, lo Stato stesso, altro non era se non una società iniziatica, il segreto non era limitato agli anni della trasformazione dei ragazzi in adulti, ma tutta l'esistenza della comunità risultava avvolta nel segreto. Ad esempio sappiamo che, nelle mense comuni, alle quali erano ammessi i ragazzi, il più anziano dei presenti proclamava solennemente, alludendo alle porte, "Fuori di là parola non esce!". Inoltre, i ragazzi erano obbligati al silenzio più completo (salvo, naturalmente, quando venivano interrogati).
L'agoghè spartana termina come ogni iniziazione: ne esce il giovane cittadino atto a svolgere qualsiasi funzione pubblica e pronto a sposare.
Sembra, comunque, che malgrado il carattere obbligatorio dell' agoghè, anche a Sparta esistesse qualche possibilità di evitare i rigori del trattamento iniziatico. La sorte che però la società riservava ai non-iniziati era questa: essi restavano considerati sempre come bambini, non potevano partecipare alle normali attività degli adulti, né alla guerra, né potevano sposarsi. L'astensione dall'iniziazione comportava inoltre l'esclusione da ogni carica pubblica. A Sparta perciò gli uomini probi (agathoi) e quelli spregevoli (kakoinon erano semplicemente distinti a parole, come altrove in Grecia, bensì anche istituzionalmente separati fra di loro: i kakoi non potevano partecipare al gioco della palla, venivano cacciati ai posti più ignominiosi in occasione delle danze corali, nelle strade dovevano far passare tutti davanti a loro, se si trovavano seduti, dovevano cedere il posto anche ai più giovani; in più, le donne della loro famiglia, non trovavano marito, né essi stessi moglie; se avessero osato comportarsi come gli altri, gli altri li avrebbero picchiati.
Non va però dimenticato che il trattamento iniziatico, nello Stato spartano, era riservato ad una piccola minoranza della popolazione Lacedemone: ne erano esclusi, infatti, non solo gli iloti - cioè gli autoctoni ridotti a servi della gleba pubblici - ma anche i perioikoiche con ogni probabilità erano dori. La minoranza dominante era formata dagli omoioi, per i quali l'agoghé era obbligatoria. Essi formavano la comunità; politicamente, essi non costituivano un'aristocrazia dominante sul resto della cittadinanza, ma erano il demos, quello che disponeva, aveva la parola decisiva nella cosa pubblica. Il resto della popolazione non faceva parte del "popolo", cioè dello Stato.

Lo stesso tipo di educazione, la stessa istituzione iniziatica prevista per i maschi esisteva, a Sparta, anche per le femmine?
Plutarco informa che Licurgo avrebbe ordinato gli esercizi fisici "non meno alle femmine che agli uomini", istituendo anche per esse agoni di corsa e prove di forza. Leggiamo infatti:

"...esercitò i corpi delle ragazze con corse e lotte e lanci del disco e del giavellotto, così che i figli, avendo ricevuto un'origine robusta in corpi robusti, crescessero meglio e queste, sopportando con forza i parti, lottassero contro le doglie nobilmente e insieme facilmente."

(Lyc.14,3)

Inoltre l'impressione di un perfetto parallelismo tra l'educazione delle fanciulle e quella dei maschi viene rafforzata da certi dettagli riportati dalla tradizione. Come nella vita dei ragazzi soggetti all'agoghé, la nudità aveva una particolare importanza - infatti essi si esibivano nudi alle Gymnopaidiai ed erano passati in rassegna, sempre nudi, ogni dieci giorni dagli efori - così anche le ragazze spartane, a differenza di quanto avveniva in qualsiasi altro stato della Grecia antica, in certe occasioni comparivano nude in pubblico:

"...abituò le ragazze non meno dei ragazzi a partecipare nude alle processioni... La nudità delle fanciulle non aveva niente di vergognoso, poichè c'era pudicizia ed invece totalmente assente era la sensualità, ma la nudità faceva nascere la semplicità e l'emulazione della forza, e anche l'animo femminile gustava il coraggio, pensando di poter essere partecipe, come gli uomini, della virtù e della gloria."

(Lyc. 16, 4 sgg)

Oppure: se si è visto che durante l'agoghé i ragazzi dovevano entrare in rapporti omosessuali - non importa, ora, se reali o ritualmente simbolizzati - con uomini adulti, Plutarco informa che quest'istituzione aveva il suo esatto parallelo nell'educazione delle ragazze:

"... anche le donne belle e buone amavano le fanciulle."

(Lyc.18,9)

Nessun dato ci dice però, a differenza di quelli sull'educazione maschile, se esse da una certa età (e quale?) vivessero fuori della famiglia; se anch'esse passassero attraverso precisi gradi d'età, se fossero sottomesse a privazioni e a prove di resistenza.
Per ciò che riguarda le ragazze, i dati parlano sempre e solo di parthenoi, cioè la ragazza prima di sposare (a cominciare, probabilmente dalla sua nubilità fisiologica). Ciò dimostra che nella coscienza spartana era ben presente la netta bipartizione della vita femminile, prima e dopo il matrimonio. Ma questo mostra anche che, malgrado nelle istituzioni previste per le ragazze (esercizi fisici, agoni, la nudità rituale, la relazione omoerotica) non vi fosse apparentemente nulla che servisse a prepararle alla vita coniugale, il fatto che queste isituzioni riguardassero solo le parthenoi sembra indicare la coscienza del fatto che le istituzioni obbligate per le fanciulle avessero la precisa funzione di trasformarle in donne adulte e sposate. Ad avvalorare questa ipotesi interviene il fatto che, mentre i maschi restavano assoggettati ad una severa disciplina anche oltre il raggiungimento dell'età adulta, per le donne il periodo dell'educazione terminava con il matrimonio.

Per ciò che riguarda i matrimoni Licurgo mise fine all'uso che chiunque potesse sposarsi quando voleva, ordinando che i matrimoni avenissero quando i giovani erano nel fiore delle loro forze (en akmais ton somaton) . Si conosce inoltre la sorte riservata ai celibi:

"...erano esclusi dallo spettacolo delle Gimnopedie; in inverno le autorità li costringevano a girare nudi in cerchio per l'Agora e coloro che giravano cantavano rivolti a loro stessi un canto composto appositamente, che diceva che soffrivano giustamente, perchè disobbedivano alle leggi. Erano privati dell'onore del rispetto che i giovani mostravano ai più anziani."

(Lyc.15,2 sgg)

Ora, per istituzionalizzare un simile trattamento, era indispensabile precisare il limite di età entro il quale era obbligatorio sposarsi e oltre il quale si era considerati celibi e perciò disprezzabili. Ma dai riferimenti letterari giuntici possiamo dire soltanto che questo limite d'età doveva cadere verso i trent'anni. E' chiaro che la punizione a cui erano sottoposti i celibi è molto vicina a quella riservata ai non-iniziati, poichè anche i celibi, ripudiando il matrimonio rifiutavano parte del trattamento iniziatico.
Le processioni di cui abbiamo parlato sopra, a cui le fanciulle partecipavano nude, avevano, fra le altre cose, lo scopo di stimolare i matrimoni. Infatti i ragazzi partecipavano alle gare e agli agoni, osservando le fanciulle che danzavano e cantavano. Essi, dice Platone, erano attirati da necessità "non geometriche, ma erotiche".
Il matrimonio aveva chiaramente carattere rituale. La donna veniva sposata infatti tramite rapimento e affidata ad una pronuba, che le rasava il capo, le faceva indossare un mantello e calzari maschili e la lasciava su un pagliericcio sola e senza luce. Lo sposo, quando andava a trovarla, le scioglieva la cintura, la trasportava sul letto e giaceva con lei non molto tempo, tornando poi alle sue solite occupazioni. Questa pratica rientrava a pieno in quello che è, come abbiamo detto, carattere fondamentale del rito iniziatico e in particolar modo del rito iniziatico a Sparta, cioè il segreto. Infatti:

"...lo sposo passava la giornata e dormiva con i coetanei, e invece si recava di nascosto dalla sposa e con circospezione, vergognandosi e temendo che qualcuno di quelli di casa se ne accorgesse, mentre anche la sposa tramava e lo aiutava perchè si potessero incontrare al momento opportuno e non visti."

(Lyc. 15,8)

Non si sa con precisione quando durasse questo periodo di "transizione" avvolto nell'ombra, ma Plutarco afferma che:

"...facevano così non per poco tempo, ma così tanto che ad alcuni nacquero figli prima di vedere le proprie mogli alla luce del sole."

(Lyc, 15,9)

Questo tipo di iniziazione entrava a pieno nei progetti educativi di Licurgo, infatti lo scopo di quest'uso andava tutto a beneficio della coppia e della loro salute, fisica e morale:

"...tale incontro non solo era esercizio di temperanza e di continenza, ma li conduceva anche all'unione fecondi nei corpi e sempre nuovi e freschi all'amare, e non stanchi né sazi per unioni senza misura, ma sempre, separandosi, si sarebbero lasciati l'un l'altro qualche scintilla di desiderio e di affetto."

(Lyc. 15,10)

La creazione di nuclei familiari nuovi all'interno della società spartana aveva per Licurgo, e per Sparta stessa, un solo scopo: la possibilità di generare nuovi individui che andassero ad infoltire le schiere dei guerrieri e dei cittadini probi della città. Per questo motivo Licurgo bandì "la vana e femminea gelosia" dai rapporti matrimoniali, perchè nei matrimoni non si creassero disordini, ma vi fosse una comunanza di figli e di procreazione fra le persone degne. Per questo:

"...se al marito anziano di una moglie giovane era caro uno dei giovani belli e valorosi e lo giudicava degno, poteva condurlo da lei e fecondatala con seme generoso, egli poteva considerarsi padre del bimbo."

(Lyc.15,12)

Il motivo di ciò va cercato in quella concezione che Sparta aveva della propria società: non esistevano individui, ma solo un nucleo sociale, una comunità che doveva essere quanto più perfetta possibile. Perciò:

"...Licurgo non considerava i figli propri dei padri, ma beni comuni della città, perciò voleva che i cittadini fossero generati non da chi capita, ma dai migliori."

(Lyc. 15,14)

Dopo il matrimonio la donna spartana conduceva una vita molto diversa da quella delle donne della altre città greche. Innanzitutto era in gran parte sollevata dall'"onere" della maternità poichè, dopo che ella aveva esercitato il suo corpo al fine di partorire un figlio forte, era lo Stato ad occuparsi della sua educazione, sin dall'età di sette anni. Anche dopo il primo periodo di iniziazione (quello cioè immerso nel segreto) i mariti continuavano a mangiare alle mense comuni e a passare buona del loro tempo, quando non erano in guerra, nella leschè.


Rituali e simboli dell'iniziazione

Passiamo ora a trattare, dopo aver descritto le modalità dell'iniziazione spartana sino al matrimonio, i precisi significati simbolici delle singole pratiche iniziatiche e le modalità dei rituali religiosi a cui partecipavano i giovani iniziandi spartani.
Nell'iniziazione spartana si possono cogliere elementi che difficilmente si riducono alla pura razionalità pedagogica e pur sottolineando il palese valore educativo di pratiche quali ad esempio le restrizioni alimentari, che Licurgo afferma servissero a far crescere i ragazzi, non vanno tralasciati particolari quali il taglio dei capelli, o le rapine, o il morso del pollice in caso di risposta errata, o i lunghi silenzi cui erano sottoposti i fanciulli. E' dunque lecito domandarsi il significato di tali azioni, che non possono essere ricondotte semplicemente a finalità pedagogiche, ma devono essere viste anche sotto la luce del rito simbolico.
Sappiamo che il principale luogo di culto della gioventù spartana era il santuario di Artemis Orthia, situato nel Limnaion, un quartiere paludoso, come dice il nome stesso, ambiente caratteristico di molti santuari della dea. All'interno di questo tempio sono state ritrovate delle epigrafi, dediche con cui i vincitori degli agoni consacravano alla dea il premio riportato (che secondo le testimonianze era un falcetto). Ciò dimostra chiaramente un preciso legame fra l'agoghé e le sue pratiche, e il culto della dea. Questo culto prevedeva, in origine, la fustigazione degli efebi presso l'altare della dea, rito annuale di chiaro carattere di "prova di resistenza", durante il quale i fustigati non dovevano dare segno di dolore. I ragazzi dovevano cercare di "rapire" dei formaggi dall'altare dell'Orthia, mentre gli altri li fustigavano e colui che resisteva più a lungo ai colpi risultava bomonikas, cioè "vincitore presso l'altare". Al rito partecipava la sacerdotessa del tempio con un'immagine di Arthemis in mano che, per un miracolo templare, diventava particolarmente pesante quando i colpi inflitti ai ragazzi erano troppo deboli. Il significato di questo rito è che i ragazzi dovessero "morire" presso l'altare, fustigati. E ricordiamo che la rappresentazione della morte è, in quasi tutti i riti iniziatici, una costante, a significare il passaggio del fanciullo ad una nuova vita: quella di uomo.
Per quel che riguarda le ragazze, sembra che esse partecipassero al culto, anche se la loro azione rituale aveva, comunque, un carattere ben differente da quella dei ragazzi. Inoltre pare che la loro partecipazione avvenisse solo in forma di rappresentanza; nel rito infatti agiva solo un numero ristretto di fanciulle, mentre tutti i maschi partecipavano ai riti per loro previsti. Sappiamo da Plutarco che la loro funzione era probabilmente di infondere ambizione nei ragazzi durante i loro agoni. Lo storico scrive infatti:

"...capitava anche che esse dicendo battute su qualcuno biasimassero utilmente gli errori commessi; e al contrario cantando encomi dei meritevoli fra questi, infondevano nei giovinetti molta ambizione e ardore. Infatti colui che veniva lodato per il valore e divenuto glorioso fra le fanciulle, se ne andava in giro esaltato dagli elogi."

(Lyc.14,5 sgg)

Ma le fanciulle spartane avevano anche culti propri ed esclusivi. Anche di questi, però, si può subito dire che non impegnavano la totalità delle ragazze, bensì erano affidati ad un ristretto numero di esse. Tra questi culti si ha notizia anche di due precisi di essi, a cui partecipavano choroi di vergini, cioè danzatrici, dedicati ancora una volta alla dea Arthemis.
Abbiamo visto dalle precedenti descrizioni dell'educazione (principalmente di quella maschile) di come gli iniziandi fossero sottoposti a condizioni fuori dell'ordine prima di ritornare alla "normalità". Per questo erano costretti a dormire su giacigli fatti con le loro mani, a giocare nudi, a vestire di un unico mantello, sudici e sozzi. Questo perchè nella fase iniziatoria, che preludeva alla nuova reintegrazione nell'ordine, essi dovevano tornare ad uno stato primordiale, una sorta di limbo in cui vivere temporaneamente in attesa di tornare alla vita. Per lo stesso motivo si svolgono le battaglie a cui assistono gli anziani, o le fustigazioni presso l'altare di Arthemis di cui abbiamo parlato più sopra: sugli iniziandi vengono scaricate aggressività di gruppo con ogni sorta di maltrattamenti, come se essi dovessero morire o affrontare pericoli terribili. In questo modo si crea quella dimensione di morte per approdare poi a vita nuova.
All'età di sette anni, quando il bambino entra nell'aghela, gli vengono rasati i capelli. Lo stesso avviene per le donne non appena si sposano. Nel simbolo rituale i capelli rappresentano alcune virtù o certi poteri dell'uomo, come ad esempio la forza o la virilità. Il taglio dei capelli costituisce perciò non solo un sacrificio, ma una vera e propria resa: è la rinuncia, momentanea, alle virtù, alle prerogative, alla propria stessa persona. Sappiamo però che, dall'età degli efebi, cioè dall'inizio della vera e propria virilità, era permesso ai ragazzi lasciarsi crescere i capelli. Plutarco dice:

"...non gli vietavano di farsi belli della chioma...avendo i capelli lunghi subito dall'età degli efebi in poi, soprattutto nei pericoli curavano la chioma, che apparisse lucida e con la scriminatura, ricordando un detto di Licurgo riguardo la chioma, cioè che rende più affascinanti i belli e più terribili i brutti."

(Lyc. 22, 1 sgg)

Al di là delle motivazioni estetiche e guerresche addotte da Licurgo, è da notare che Plutarco dice che soprattutto nei pericoli curavano la chioma, proprio perchè i capelli erano simbolo di forza e coraggio. Riguardo al taglio di capelli della donna essa rinunciava alla propria personalità per accettare quella del futuro marito. Una volta trascorso il periodo di iniziazione essa poteva far ricrescere i suoi capelli.
Sempre nel rituale matrimoniale notiamo che era il marito a sciogliere il nodo della cintura della sposa, conducendola quindi al letto nuziale. La cintura era simbolo di attaccamento e devozione, di dedizione e fedeltà. La donna si univa da quel momento al suo sposo, gli apparteneva. Il gesto del marito di toglierle la cintura era il liberarla dal suo vecchio ambiente, dalla vecchia condizione (quella di parthenos) per condurla in una nuova dimensione (quella di donna sposata).
Sempre legato all'idea di passaggio a nuova vita era l'uso di far rimanere la sposa per un certo periodo al buio. Se questa pratica era legata in parte all'elemento del segreto è anche vero l'oscurità rappresenta la morte, la rinuncia e la luce che la sposa riceverà dopo un determinato tempo è la nuova vita che le si apre; ora che è davvero donna, può aprire i suoi occhi a quella nuova luminosità e guardare in volto il proprio uomo.
Concludendo possiamo dire di aver rilevato come, nell'agoghé spartana, convivano finalità pedagogiche ed elementi rituali, nella forma della partecipazione attiva ed obbligata degli iniziandi a culti pubblici.
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