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2/7/2009 - Risolto uno dei più grandi misteri della letteratura? Majrani e la questione omerica
Alberto Majrani nel suo libro “Chi ha ucciso realmente i Proci?Ulisse. Nessuno. Filottete. ” (LoGisma editore) si discosta dalla tradizionale lettura dell’Odissea e propone un finale differente: in realtà lo sterminatore dei Proci è Filottete, il più grande arciere acheo, e non Ulisse che, infatti, è morto da tempo. “Se questo guerriero è stato lontano dalla sua isola per tutto questo arco di tempo non è più logico pensare che sia morto?” commenta il nostro Majrani “ e non è dunque più ovvio pensare che colui che torna ad Itaca sia un mercenario assoldato da Telemaco per liberarsi finalmente dai Proci e ristabilire l’ordine nella sua patria?”. Come è noto, Penelope aveva posto una prova da superare ai proci, una gara difficilissima di tiro con l’arco, che ovviamente nessuno superava. Ecco che però giunge un uomo che con le sue straordinarie abilità la supera senza difficoltà: un uomo che è appena giunto ad Itaca, che nessuno riconosce, un uomo un po’ anziano e zoppo. Ma costui, ci confessa Majrani, non è Ulisse perché in tutta l’Iliade e in tutta l’Odissea non viene mai detto che Ulisse usa l'arco. Ecco perché il nostro autore ha pensato a Filottete e i conti, così, tornano tutti e perfettamente, come un puzzle, anzi come il migliore dei gialli contemporanei. “Una delle accuse mosse a Omero – prosegue Majrani – è che ogni tanto dorme, che certi dettagli non corrispondono e che ogni tanto saltano delle parti. Ma se al posto di Ulisse mettiamo Filottete, i conti tornano tutti!”. Infatti Filottete era un bravissimo arciere e aveva una ferita al piede inflittagli da un serpente ( e numerose sono le volte in cui Omero insiste sul piede di questo “Ulisse”: basti pensare, per esempio, all’episodio della nutrice che gli lava i piedi ) e per finire nessuno lo riconosce, se non quelli che avevano interesse nel farlo ( come la moglie Penelope oppure lo stesso Telemaco). Certamente tutti ricordano l’intenso episodio del cane Argo che vede il padrone e lo riconosce immediatamente: “Ovvio, ma guarda un po’ muore subito!” ammette con ironia il nostro scrittore. Insomma, se si osserva da questa angolazione cambia tutto l’assetto strutturale dell’opera omerica che il nostro Majrani divide in tre parti ben distinte; e ci spiega anche il perché: “Nella prima parte abbiamo un Telemaco disperato per la morte del padre che cerca alleati per scacciare i Proci; nella seconda abbiamo i viaggi magici e fantastici di Ulisse, ma sono legati alla fantasia, sono viaggi inventati e misteriosi realizzati da un poeta di corte quale Omero era che, al pari di un Virgilio, acclama il suo sovrano e ne delinea una vicenda dai connotati esemplari e leggendari; e infine una terza parte in cui si riesce finalmente a ripristinare l’ordine ad Itaca ma non grazie a Ulisse, ma per mezzo di Filottete”. Majrani infatti ci insegna che è più facile pensare, razionalmente, che la prima e la terza parte, dai connotati più realistici, siano state “separate” da una parte fiabesca e leggendaria, in cui si è voluto rendere omaggio ad un grande sovrano, ma perché era già morto da tempo. E Omero lo fa capire, continuamente. E dopo questa prima fase di svelamento della verità, il nostro Majrani ci svela un altro segreto: Omero spesso viene accusato di essere un pessimo geografo perché le sue descrizioni spesso non corrispondono alla verità. Ebbene anche in questo caso la spiegazione è un’altra: in realtà la saga di Troia è di origine baltica e non greca e quelle descrizioni si riferiscono proprio al nord Europa. Leggendo infatti il testo di Felice Vinci, “Omero nel Baltico” si trova che i biondi Danai non sono altro che danesi e che Troia in realtà è Toja, una cittadina finlandese. Questa interpretazione rende dunque accettabili certe incongruenze descrittive, come il clima freddo o il fatto che molti dei personaggi sono biondi ( il che non è un tratto esattamente mediterraneo) o le “concave navi” che, guarda un po’, ricordano molto quelle vichinghe. E poi certo ci sono le armi, sempre in bronzo: peccato che l’età del bronzo nel Mediterraneo, all'epoca in cui i poemi fanno la loro comparsa, fosse finita da un pezzo, ma non era invece conclusa nel Nord Europa. Anche la datazione dei poemi a questo punto è messa in discussione: si è infatti sempre pensato ad una lunga tradizione orale fino alla scrittura dei poemi nell’ VIII a.C., quando si trovano dei reperti archeologici significativi ( tenendo però presente che il mondo omerico si riferisce al XII). Ma il mondo nordico era più arretrato rispetto a quello greco e dunque i poemi possono essere arrivati successivamente agli eventi. Nel Nord la scrittura non c’era, ma nel Sud eccome: possibile che non vi sia nessuna traccia scritta su un tale conflitto? Non c’era semplicemente perché non è mai avvenuta nessuna guerra di Troia in Grecia, ma vi è invece stata nel Nord Europa, vicino al Baltico, e per secoli questa verità è stata nascosta (almeno secondo il nostro scrittore). Sconvolgente l’analisi del libro di Alberto Majrani, la cui prefazione è stata scritta da Giulio Giorello, insegnante di Filosofia della Scienza all’Università degli studi di Milano, editorialista del “Corriere della sera” e direttore della collana “Scienza ed idee” per Raffaello Cortina editore. Una penna dunque importante, che ha messo il suo nome su questo testo che, sebbene per ora non sia stato ancora accolto nelle accademie con attenzione, ha probabilmente dato una visione diversa e peculiare dell’Odissea e della plurisecolare questione omerica. E la soluzione forse l’ha trovata un laureato in Scienze naturali e collaboratore giornalistico e fotografico che, se si vuole, si può conoscere visitando il sito www.filottete.it. Da brava accademica sono un po’ perplessa riguardo una tale teoria forte e suggestiva, ma certamente è un punto di vista che merita l’attenzione e l’approfondimento.
(Antonella Zambelloni)
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